IL POPOL VUH


Il Popol – Vuh, che tratta in uno stesso tempo i miti, le leggende, la cosmologia e la storia dei Maya Quichè del Guatemala, è in primo luogo la storia della creazione, una creazione che si suddivide in quattro atti, quattro Creazioni successive; questa concezione fu condivisa da tutti gli abitanti dell’America Centrale. Anche se il testo del Popol – Vuh che ci è pervenuto è stato scritto intorno al 1550, in dialetto Quichè trascritto in caratteri latini da un nobile cronista decaduto dalla sua funzione, nondimeno esso contiene tutte le conoscenze che erano state trasmesse fino a quel momento.

Vera e propria Genesi dei Maya Quichè, scritta in un sol fiato senza divisioni in capitoli, il Popol – Vuh rimane il testo essenziale per comprendere l’anima profonda dei Maya. Esso ci riferisce il mito della Creazione così come lo concepivano i Maya, e descrive l’evoluzione dell’umanità con le sue diverse creazioni e i suoi successivi cataclismi. Agli inizi dal caos primitivo emergevano soltanto il cielo e l’acqua, “c’erano soltanto l’immobilità e il silenzio nelle tenebre della notte”. Ma con la potenza del Verbo, gridando semplicemente “La Terra”, gli dei creatori, Gukumatz e Hurakan (dal quale deriva la parola uragano), la fecero comparire. Essi la rivestirono subito di foreste, di praterie, di fiumi e la popolarono di una moltitudine di animali, ciascuno con proprie caratteristiche, abitudini e funzioni particolari. Ma poiché questi ultimi erano incapaci di rendere omaggio agli dei, essi furono destinati a servire soltanto da nutrimento e dunque ad essere uccisi e divorati. Gli dei creatori modellarono poi delle creature di argilla che si rivelarono prive di intelligenza e di sentimenti, senza consistenza ne forma e quindi incapaci di parlare e di onorarli. Delusi, gli dei si affrettarono a distruggerli sciogliendoli nell’acqua. Dopo essersi consigliati con alcuni cacciatori mitici e con alcuni incantatori, gli dei scolpirono allora degli esseri di legno, che parlavano, mangiavano e procreavano, ma il cui viso, essendo di legno, non aveva ne vita ne espressione; essi avevano le mani e i piedi privi di dita, e le loro carni erano gialle, prive di sangue. La loro intelligenza era mediocre e, essendo privi di sentimenti, essi ignoravano i loro creatori. Questi ultimi, delusi di nuovo, li fecero annegare sotto diluvi d’acqua che oscurarono la crosta terrestre come una resina spessa. Dal cane al giaguaro, tutti gli animali si rivoltarono contro quei tristi fantocci e tutti gli esseri del creato si ribellarono contro di loro, gli uccelli per primi, compresi i tacchini e persino gli utensili domestici, marmitte e zucche comprese, con setacci e paioli, si misero contro di loro e li ridussero in polvere o li costrinsero a fuggire sugli alberi più alti. Ecco perché le scimmie, che sono loro discendenti, vivono sugli alberi.

Allora gli dei presero una nuova iniziativa: impastarono la farina di mais, di una specie gialla e bianca che avevano scovato, per caso, con l’aiuto della volpe, del coyote, del corvo e del pappagallo, nel seno di una montagna che nascondeva i chicchi nel suo ventre. Modellarono i primi quattro uomini, ma li dotarono di sensi troppo perfetti che permettevano loro di vedere sino all’infinito e di un pensiero che riusciva a cogliere e a d abbracciare tutto. Preoccupati per aver creato dei geni, troppo simili a sé, gli dei soffiarono loro sul viso e subito il loro sguardo si velò, la loro vista si ridusse. “Essi videro soltanto ciò che era loro vicino e soltanto quello che apparve chiaro ai loro occhi”. Gli dei diedero loro delle spose che si trovarono “con gioia al loro risveglio”. Ormai l’alba incorporava il cielo a levante e la stella del Mattino annunciava il sole. Quegli esseri umani, conoscendo il cerimoniale religioso, resero omaggio agli dei che approvarono e ricevettero i loro tributi: Contemplando la stella del Mattino, questi antenati dei Maya storici formularono questa preghiera: “Salve, o Creatore, o Formatore; tu che ci vedi e ci senti, non abbandonarci, non lasciarci mai. O Dio, tu che sei in cielo e in terra, dona a noi e alla nostra discendenza la prosperità finché il sole e l'aurora cammineranno nel cielo e le piante spunteranno sotto la luce. Permettici di camminare sempre per verdi sentieri e fa che noi siamo tranquilli e in pace con i nostri, che viviamo una vita felice; dacci perciò una vita, un’esistenza al riparo da ogni rimprovero, o Hurakan…Gukulmatz, o tu che generi e dai l’essere, fa che la germinazione abbia luogo e che ci sia la luce”.

E’ il caso di notare che, nel pensiero Maya, non è l’apparizione dell’uomo il punto culminante della creazione, ma quello dell’alba. E’ una bella lezione di modestia che fa dell’uomo un essere subalterno e accidentale. Inoltre ogni atto creatore, sia del mondo che dell’uomo, dei vegetali che degli animali, si compie regolarmente di notte e deve terminare prima dell’alba. Questo principio è rimasto in vigore tra i Quichè e i Chorti presso i quali, secondo Girard, “l’atto generatore si realizza soltanto di notte, come le cerimonie del culto agrario, perché entrambi sono la ripetizione dell’atto grandioso della creazione cosmica. Il coito, come la nutrizione, non sono semplici atti fisiologici, ma un rito attraverso il quale l’uomo si inserisce nel sacro”

I sacerdoti Chorti dicono che gli dei lavorano soltanto di notte: è in quell’occasione che fanno crescere la vegetazione; per questo motivo i preti devono agire nello stesso modo in cui agisce il gruppo teogonico che rappresentano. Un’abitudine così strana impone al ricercatore che ha il raro privilegio di assistere a quelle cerimonie, lunghe veglie di notte, in un ambiente profondamente mistico, in cui sente palpitare le vibrazioni intime dell’animo indigeno”.

Parallelamente a quella Creazione in più riprese si narrano altri miti, quali quelli dei due Gemelli, Hunahpu e Ixbalamqué: Hunahpu, il più importante dei due, “assolve a due funzioni” dice Girard; “è il Dio del Mais durante il periodo del lavoro nei campi, e il Dio del Sole durante l’estate. Le cerimonie del culto solare sono celebrate di giorno, in pubblico, poiché esse devono glorificare il Sole; al contrario quelle del dio agrario si svolgono di notte, perché è in quel momento che gli “agrari” lavorano, e sono segrete”. I due Gemelli trasformano in scimmie i loro fratellastri che li perseguitavano, poi, per mezzo di sortilegi e grazie alla fortuna, si impossessano dell’attrezzatura paterna del gioco della Pelota: guanti, scudi di cuoio, palle di caucciù…Il loro messaggero, il pidocchio, viene inghiottito da un rospo divorato da un serpente a sua volta morso da uno sparviero; la zanzara fa la spia e il loro complice, il moscerino, buca la secchia della loro nonna per farla ritardare. Questo è l’universo delle favole con il suo aspetto meraviglioso e il suo carattere incantato; con estrema rapidità gli alberi crescono a dismisura e le cerbottane si trasformano magicamente in canoe. Come gli eroi della mitologia greca, i nostri Gemelli affrontano cicli di prove dalle quali escono con esiti diversi, grazie al decisivo aiuto delle formiche, delle tartarughe e anche dei conigli. Essi sono anche eroi civilizzatori e l’epopea termina con l’enumerazione delle varie conquiste culturali di cui sono stati promotori: l’organizzazione sociale, l’architettura, i riti religiosi e anche la guerra.

Il Popol – Vuh comincia dal caos primitivo e finisce quando viene raggiunto un livello superiore di civilizzazione. Nel decalogo e nei meandri del racconto, sfruttando ogni minimo particolare, Girard si è sforzato di comprendere il significato esoterico, di cogliere il valore e la portata storiografica del libro “perfettamente intelligibile per i Maya Quiché”. La mitologia ha lasciato il terreno letterario per quello scientifico, constata Girard, “tanto più che vivere e agire in accordo con le norme mitologiche fu la costante ossessione del mondo Maya Quiché, la cui cultura resta essenzialmente mitologica, dato che la scienza e la storia non si erano ancora separate dalla religione”. E Girard constata che l’indigeno vive ancora in età mitologica; e questa è un’affermazione capitale per chi cerca di comprenderlo; questo però non vuole assolutamente dire che sia rimasto all’età del pensiero prelogico!