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Le richieste per un periodo di volontariato devono pervenire al segretariato di AMCA corredate dal curriculum vitae e da una lettera di motivazione, almeno 8 mesi prima della partenza.
Il periodo minimo di volontariato è di sei mesi e si richiede una buona padronanza dello spagnolo scritto e orale.
In Ticino è obbligatorio seguire il seminario di formazione tenuto dalla FOSIT.
Scarica IL VADEMECUM DEL VOLONTARIO 2009
Scarica LOS CATORCE MANDAMIENTOS DEL BUEN COOPERANTE
Per informazioni rivolgersi al segretariato di AMCA
"LA SOLIDARIETÀ È UN IMPEGNO ROBUSTO"
Correo AMCA dicembre 2005
Nel 2009 sono partiti per AMCA 11 volontari.
5 del Servizio Civile (1 ingegnere forestale ha lavorato a Diriamba al progetto di educazione ambientale, 3 educatori sociali e 1 studente in storia e antropologia si sono recati a Oaxaca per il progetto "Escuela en primero"),
5 stagiste della SUPSI (1 ergoterapista e 2 infermiere al Barrilete de Colores, 2 infermiere alla Mascota, reparto di emato-oncologia).
1 maestra ha lavorato nella parte educativa del progetto di Diriamba.
"SERVIZIO CIVILE A OAXACA" Correo AMCA dicembre 2010
Nel 2008 ne sono partiti 8: 3 del Servizio Civile (1 infermiere e 1 assistente sociale all’ospedale La Mascota, 1 laureato in storia a Oaxaca in appoggio ai bambini di strada), 2 stagiste SUPSI al Centro Barrilete de Colores, 1 assistente sociale e 1 microbiologa all’ospedale La Mascota, 1 idraulico alla Casa Materna di Matagalpa.
Nel 2007 ne sono partiti 3: 2 del Servizio Civile (1 assistente sociale al Centro Barrilete de Colores e 1 candidato medico all’ospedale La Mascota) e 1 medico all’ospedale La Mascota.
Nel 2006 ne sono partiti 11: 2 del Servizio Civile, 2 psicologi, 2 studentesse al 5° anno di medicina, 1 infermiera, 4 in attesa di formazione.
Nel 2005 ne sono partiti 4, che hanno lavorato ai progetti dell’ospedale La Mascota e del Bertha Calderón.
Nel 2004 ne sono partiti 6 per gli stessi progetti, oltre a due volontari del Servizio Civile che hanno trascorso 5 mesi e mezzo al Centro Barrilete de Colores e all’Ospedale La Mascota.
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IL VOLONTARIO E L'ESPERIENZA DI SÉ
AREA N. 10, 10-3-2006
La prima attitudine del cooperante, del volontario, deve essere di profonda autocritica. Il secondo punto è la rinuncia ad ogni forma di arroganza ed il terzo è la disposizione, molto chiara, allintegrazione. Se venite qui non è per fondare un movimento, ma per incorporarsi in qualche cosa che è già in corso. Si tratta di un atteggiamento di pace. Se venite per aiutare è meglio che non veniate. Lo fareste, bene o male, sempre secondo le vostre concezioni. Se venite per integrarvi, rafforzare le lotte, essere alleati, portare conoscenze ed esperienze che ci completino e ci aiutino reciprocamente, allora siete i benvenuti. Questa disposizione a venire come colui che impara è fondamentale. Essa permette un altro tipo di scambio di conoscenze e di culture a vantaggio di una visione più globale dellesperienza di vita.
Come ogni esperienza, anche quella del volontariato è innanzi tutto unoccasione per fare un passo verso sé stessi. A maggior ragione se questesperienza nelle vesti di volontario puro o di cooperante stipendiato da una Ong (organizzazione non governativa) o da unagenzia statale o internazionale di cooperazione la si fa in un paese del Sud, con una storia, una cultura e una realtà socio-economica che ci sono in buona parte estranee. Di questa dimensione intima dellesperienza della cooperazione allo sviluppo "Area" ha parlato con Oliviero Ratti, responsabile del Servizio regionale per la Svizzera Italiana della Fondazione educazione e sviluppo (Fes). Da alcuni anni Ratti tiene il corso Lesperienza di cooperazione come viaggio interculturale nellambito di un percorso di preparazione per volontari e cooperanti organizzato dalla Federazione delle Ong della Svizzera italiana (Fosit) in collaborazione con la Fes e il Gruppo volontari della Svizzera italiana (Gvsi).
Oliviero Ratti, perché un corso di preparazione per chi vuol fare unesperienza nel campo della cooperazione allo sviluppo?
Parto dal principio che la cooperazione allo sviluppo è un tema che molto ha a che fare con le nostre credenze, convinzioni, con i nostri sistemi di valori, le rappresentazioni che noi ci facciamo degli altri. In base a ciò è importante lavorare sui dissensi e i consensi che vengono a crearsi tra chi si interessa a partire cercando poi di andare oltre i giudizi di valore. Si può lavorare ad esempio sul concetto di cultura, partendo proprio dalle singole rappresentazioni, e anche dai giudizi, esistenti allinterno del gruppo. Ai corsi partecipa gente con traiettorie diverse: cè chi proviene dal mondo del lavoro, ad esempio artigiani che portano un sapere manuale, e persino parrucchiere, segretarie, ecc., professioni che a prima vista potrebbero anche sembrare non idonee a unesperienza nella cooperazione allo sviluppo; ma ci sono anche studenti, apprendisti, pensionati, o persone con una formazione accademica, con un sapere più intellettuale. Gli scambi che si creano in gruppi eterogenei come i nostri sono veramente interessanti. Ogni partecipante con la sua personale, originale esperienza dà il suo contributo.
Il titolo del modulo di formazione è esperienza di cooperazione come viaggio interculturale. Unesperienza del genere in ultima analisi è unopportunità per compiere un viaggio dentro sé stessi, un percorso intimo di autoindagine personale.
La riflessione su di sé come singola persona e come persona inserita in un determinato contesto socio-culturale è centrale. Come posso fare unesperienza nel campo della cooperazione allo sviluppo se non sono cosciente della necessità di sviluppare un lavoro di introspezione da un lato e di riflessione critica sullambiente di lavoro, sul ruolo del volontario o del cooperante, sul paese in cui mi trovo, dallaltro? Non posso conoscere laltro se non mi impegno in questo lavoro di autoriflessione. Vedo persone sicure di sé stesse, che faticano a mettersi in discussione. E altre che invece sono curiose, aperte, si interrogano. Si tratta di una forma mentis, di una disponibilità intima allautocritica che ti permette di inserirti in un contesto nuovo, di saper chiedere, di non metterti in prima fila, di far prova di umiltà, di dirsi che ci vorrà del tempo per imparare e che non necessariamente si è in un altro paese per insegnare qualcosa. Insomma, è la struttura stessa della personalità che conta. E questa può dare dei grattacapi qui come li può dare altrove, anche se in contesti culturalmente diversi i problemi rischiano di amplificarsi.
In questo senso la voglia di aiutare non è un ostacolo?
Non la metterei in questi termini. Ciò che spinge qualcuno a partire per unesperienza nella cooperazione allo sviluppo è una spinta ideale positiva, che può venire da una tradizione famigliare, da unesperienza politica, di tipo spirituale, religioso o altro. Non si tratta di castigare questi desideri, questi valori personali, anzi. Rispettando le motivazioni di ognuno, si tratta invece di mettere a disposizione degli elementi che in un certo senso smitizzino lidealismo rispetto allaiuto al prossimo. I desideri vengono così messi in relazione con i limiti legati alla propria persona od al contesto nel quale ci si trova a lavorare. Il desiderio, infatti, corre il rischio di trasformarsi in illusione quando la persona non tiene conto del contesto nel quale si trova. Se in una situazione concreta la mia voglia di aiutare si scontra con un rifiuto dellaltro, è importante rendersi conto che un tale rifiuto non si produce necessariamente perché è questa persona che lo pronuncia, bensì perché questa persona vive in un determinato contesto socio-culturale con dei codici, delle credenze, dei valori che non sono quelli del volontario o del cooperante. In questottica, il percorso formativo per le persone interessate a partire offre unopportunità per capire in che misura la relazione interpersonale e interculturale può avere uninfluenza sul compito che il volontario o il cooperante si trova a svolgere in un determinato contesto.
Lei riesce a capire se le persone che incontra ai suoi corsi sono pronte per unesperienza nel campo della cooperazione allo sviluppo?
Io non giudico se una persona è pronta a partire oppure no. Va detto inoltre che le singole Ong e la Fosit stessa insistono sempre più sulla partecipazione degli aspiranti volontari o cooperanti alle attività dellorganizzazione qui in Svizzera. Unesperienza del genere aiuta una persona a misurarsi: attraverso attività, relazioni interpersonali, ecc., essa matura la capacità di compiere il passo verso unesperienza nel campo della cooperazione. Il corso che organizzo offre unulteriore opportunità per capire se si è pronti oppure no. Capita che alcune persone vadano in crisi perché non avevano mai pensato ad alcune cose. Così ad esempio uno studente fresco di laurea, che non ha mai viaggiato al di fuori dellEuropa, magari si rende conto che è necessario congelare la propria voglia di fare unesperienza di volontariato in un paese del sud, facendola precedere magari da un viaggio per conoscere i progetti di una determinata associazione, oppure da uno stage per un periodo più breve.
A suo avviso le singole Ong prestano sufficiente attenzione alla preparazione di chi è interessato a partire? Limpressione generale è che siano molto concentrate sui loro progetti, e che di conseguenza anche nella preparazione dei volontari o dei cooperanti vengano persi di vista aspetti quali la realtà socio-economica del paese in cui operano, le relazioni di disuguaglianza strutturale tra Nord e Sud, gli effetti perversi della cooperazione internazionale, ecc.
Non sarei così pessimista. È vero che in questi ultimi anni la dimensione critica rispetto alle relazioni nord-sud è andata scemando. Ed è vero che le Ong per forza di cose consacrano quasi tutte le loro risorse ai progetti che sostengono. Inoltre, a livello generale, il contesto internazionale oggi non presenta punti di riferimento forti ai quali agganciarsi, come fu ad esempio la Teologia della liberazione in America latina negli anni 70 e 80. Ma non si può fare di tutta unerba un fascio. Constato comunque che chi parte come volontario o cooperante per progetti a lungo termine lo spirito critico ce lha. Di persone sprovviste di questa capacità di analisi critica rispetto alle implicazioni socio-economiche di un progetto, ai rapporti di forza nord-sud, ecc. ne ho viste davvero poche. Da anni ormai allinterno delle Ong della Fosit e nella Fosit stessa si riflette molto su questi aspetti.
Stefano Guerra
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